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Perchè Sallusti non è un martire

Ma cosa succede a Twitter? Fino a qualche giorno fa sembrava andasse di moda ironizzare sui giornalisti berlusconiani. Ecco, da ieri, qualcosa è cambiato. #siamotuttisallusti campeggia nelle tendenze e i messaggi di solidarietà e comprensione nei confronti di Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, si moltiplicano. Ma che sta succedendo?

Accade che, nel 2007, su Libero, diretto allora dal Sallusti in questione, compare un pesante editoriale a firma Dreyfus su una ragazzina torinese di 13 anni. Costretta, secondo il pezzo, ad abortire contro la sua volontà dai genitori, con la complicità della magistratura. E succede che per l’articolo in questione Sallusti, allora direttore di Libero e per questo responsabile – il pezzo è stato firmato con uno pseudonimo -, venga condannato a 14 mesi di reclusione per diffamazione, ex art. 595 del Codice Penale.

“E’ uno scandalo”, “questa legge è fascista”, “non si può ammazzare la libertà d’opinione”. Ecco un riassunto della vulgata comune 2.0, a seguito della diffusione della notizia relativa alla condanna. #siamotuttisallusti diventa l’hashtag del momento su Twitter e Sallusti un martire della libertà di informazione.

Non è esattamente così. L’articolo 595 del Codice Penale punisce il reato di diffamazione, ma prevede, al suo interno, le cosiddette esimenti del diritto di cronaca. Per non essere diffamatorio un pezzo giornalistico deve rispettare tre requisiti fondamentali. Verità sostanziale o putativa, continenza verbale e utilità sociale. Un cronista che rispetta questi parametri non può essere perseguito. Anche in un editoriale. Che, nel caso in questione, parte da un presupposto falso, inventato.

Ecco il fatto. Una ragazzina di Torino si accorge di essere incinta. I genitori sono separati. La ragazzina (che tra l’altro ha problemi di alcol ed ecstasy) vuole abortire, ha il consenso della madre, ma non vorrebbe dirlo al padre (i genitori sono separati). Per questo si rivolge alla magistratura. E’ quanto prevede la legge: mancando il consenso del padre si è dovuto chiedere a un giudice tutelare, che ha dato alla ragazzina (e alla madre, ovviamente) il permesso di prendere una decisione in totale autonomia. Come del resto precisato in seguito, a polemica scoppiata, da una nota dettata alle agenzie dal Tribunale di Torino: “Non c’è stata alcuna imposizione da parte della magistratura”.

Non si tratta di un reato di opinione. La notizia è falsa e viene usata tendenziosamente per influenzare il dibattito sulla legge 194 sull’aborto. L’articolo è verbalmente violento e l’utilità sociale è quantomeno dubbia. Diffamazione. La pena, evidentemente, è elevata e la legge va cambiata. Ma indovinate chi era uno dei paladini del decreto intercettazioni, che avrebbe previsto il carcere per i cronisti che avessero pubblicato intercettazioni secretate? Ma Alessandro Sallusti, ovvio.

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E se i social media fossero “anti-sociali”?

Tutti ne parlano come il trionfo della democrazia partecipativa. Tutti hanno la possibilità di esprimersi, di commentare, di dialogare. Ma se i social media, invece, tendessero all’anti-socialità? Beh, alcuni dei cosiddetti “nativi digitali” la pensa così. E’ quanto è emerso durante un forum organizzato dal Dipartimento di Informazione Pubblica delle Nazioni Unite. Circa il 22% dei ragazzi intervistati, provenienti da diversi campi estivi delle scuole di New York, si è trovato d’accordo con l’affermazione: “I social network sono anti-sociali”.Una contraddizione. Solo il 58% ha risposto positivamente, sostenendo che Facebook, Twitter e compagnia sono utili alle relazioni sociali.

Un risultato che conferma quanto emerso da un’altra ricerca, del San Francisco Common Sense Media. Anche se il 75% dei 1030 adolescenti intervistati ha un proprio account e lo controlla almeno una volta al giorno, il 49% dichiara che è “più divertente” incontrare i propri amici di persona e il 43% di loro vorrebbe “disintossicarsi” e tornare ai tempi in cui Zuckerberg non aveva ancora inventato il suo social network. Quasi un senso di nausea, dovuto probabilmente all’eccessiva presenza dei social nella vita quotidiana.

In realtà, svariate ricerche condotte nel campo degli Internet Studies hanno spesso dimostrato il contrario. In linea di massima, la socialità via Web contribuisce a rafforzare i legami. Specialmente quelli offline. Secondo Boyd e Donath, i social “possono aiutare le persone a mantenere un numero più elevato di legami stretti rispetto a quanto non possano tipicamente fare senza queste tecnologie”.

Torna Megavideo, parola di Kim Dotcom

“Il SOPA è morto. Il PIPA è morto. L‘ACTA è morto. MEGA tornerà. Più grande. Migliore. Più veloce. Libero di caricare e protetto dagli attacchi. Evoluzione!”. Parole e musica di Kim Schmitz – Kim Dotcom per tutti – noto per essere il fondatore di Megaupload e Megavideo, tra le più grandi piattaforme di sharing video e file su Internet. Chiusa a gennaio dall’Fbi, la piattaforma Mega potrebbe tornare più forte di prima. E’  Twitter il mezzo scelto da Schmitz per la comunicazione che, in un paio di giorni, ha fatto il giro del social, ricevendo circa 10.000 retweets. Ma torniamo un po’ indietro.

Dotcom è, al momento, libero su cauzione, dopo l’arresto di gennaio con l’accusa di violazione reiterata del copyright. Su di lui, tuttavia, pende una taglia da 175 milioni di dollari, la cifra che gli Stati Uniti vorrebbero fargli pagare per il reato commesso. Il fondatore di Megavideo si è sempre dichiarato innocente, sostenendo che la responsabilità dei file non andasse attribuita a lui, semplice gestore del sito ospitante, ma agli utenti che condividevano i file.

Da tre settimane, Kim Schmitz è su Twitter. Poco, direte voi. Il tempo necessario per racimolare circa 60.000 followers ed ergersi a paladino della lotta contro la censura del Web. E per alzare un polverone con la dichiarazione di cui sopra, sul ritorno della sua creatura. Presupposto, gli ostacoli che le varie leggi che hanno tentato di regolarizzare il settore stanno incontrando.

Dotcom sembra determinato. Intanto, ha annunciato il lancio di Megabox, un servizio potenzialmente rivoluzionario. Ma, stavolta, perfettamente legale. In sostanza, un contenitore musicale per gli artisti e le band, che potranno mettere in vendita i loro brani e i loro album senza passare attraverso le etichette discografiche. Ottenendo, così, prezzi di distribuzione più bassi e potendo trattenere il 90% del ricavato, contro il 10% che Dotcom terrebbe per sé.

“Twitter, basta, ti querelo!”

Questa mancava. E, sinceramente, era anche difficile da immaginare. Paola Ferrari, noto volto di RaiSport, vuole querelare Twitter. Attenzione, non Tizio, che in un giorno x ha twittato qualcosa di offensivo. No. Twitter. L’intera struttura, l’organizzazione, l’azienda, pure l’uccellino del logo. Ma partiamo dall’inizio. Anzi, da lontano.

Paola Ferrari è giornalista alla Rai dal 1988. Inizia con qualche collaborazione per poi passare, nel 1995, a co-condurre Dribbling, in coppia con Gianni Cerqueti. Di qui, una serie di stagioni della Domenica Sportiva e 90° minuto, compresi speciali per Mondiali ed Europei.

Come quest’estate, quando la Ferrari è al timone di Stadio Europa, approfondimento Rai dedicato alla kermesse continentale appena conclusa. Un programma che suscita critiche in lungo e in largo per una serie di motivi, dalla scarsa cura, alla qualità degli ospiti, fino alla conduzione della stessa Ferrari.

Le critiche 2.0, si sa, passano per Twitter. Sul social che cinguetta i commenti sono fondamentalmente negativi, spesso ironici, alcuni di cattivo gusto, altri ficcanti e intelligenti. Niente di nuovo, sia chiaro. Nemmeno così tanti, a dire la verità. Ma la Ferrari non ci sta. “Non è giusto usare la rete e i social network per insultare le persone – ha spiegato la giornalista a Klaus Davi – , senza la possibilità di un contraddittorio, e questo accade soprattutto con Twitter”.

“Se il web e i blog vogliono giocare un ruolo serio nell’informazione – ha continuato -, allora devono comunque attenersi alle regole deontologiche di base e alle norme civili che valgono fuori dalla rete. Nessuno si riunisce pubblicamente per diffamare o insultare qualcun altro o, se lo fa, per lo meno è passibile di denuncia. Ecco, credo allora che la cosa valga anche per Twitter”.

Le parole vanno lette attentamente, perchè tutte sono importanti. La Ferrari lamenta l’impossibilità di rispondere alle critiche, invoca il rispetto di regole deontologiche – ma quale deontologia? -. Volevate un motivo per cui tutti si sono lamentati della copertura giornalistica della Rai sugli Europei? Eccolo. Un giornalismo assiepato sulla sua rocca, nascosto nell’intoccabilità del proprio nome, incapace di rispondere in maniera concreta a critiche – a volte magari anche di poco gusto – sempre e comunque legittime. Lontano dalla sensibilità comune, dalla gente, dalle evoluzioni, prima che tecnologiche, di natura sociale.

La minaccia di querela a Twitter è la gerentocrazia italiana che chiede giustizia. Che invoca l’intoccabilità definitiva, senza pensare ai motivi che hanno portato alle critiche. Abbagliata dalla luce che l’ha illuminata lungo tutto il percorso di Stadio Europa, la Ferrari, ormai, rappresenta solo se stessa.

E adesso, Paola, querela anche WordPress.

Cosa accade in un minuto in Rete?

“Sto un minuto su Internet, controllo Facebook e la posta”. Una frase, normale, innocua. Anche routinaria, considerato il cambiamento delle abitudini che il Web – 1.0 e 2.0 – ha portato nelle nostre vite. Ma vi siete mai chiesti cosa succede in un minuto di “attività” sulla Rete?

A rispondere ci ha pensato l’Università di Stanford, che ha fornito i numeri precisi. Dati che, se contestualizzati adeguatamente, danno l’idea di ciò che è diventato Internet. In 60 secondi, vengono effettuate circa 695.000 ricerche su Google, caricati 600 video su Youtube e 6.600 foto su Flickr. Ma non solo. Vengono pubblicati 695.000 aggiornamenti di stato, circa 80.000 messaggi in bacheca e 510.040 commenti su Facebook e 98.000 tweets su Twitter. Più di 370.000 minuti di chiamate vocali vengono effettuate dagli utenti Skype, 20.000 nuovi post pubblicati su Tumblr.

Numeri che rendono l’idea di quello che è sempre più un “villaggio globale”, per dirla con il mai troppo ripreso Marshall McLuhan. Una rete costantemente interconnessa, senza buchi, senza tempi morti. Comunicazioni interpersonali,  rivolte ad un pubblico o interlocutore ben precise o lanciate in “mare”, come la vecchia e poetica bottiglia. Come si gestisce un flusso di informazioni così grande?

Gaffe di Cicchitto sulle ferie, si scatena Twitter

Nell’era dell’iper-democrazia 2.0, nulla passa inosservato. Figuriamoci le uscite a vuoto dei politici, in un periodo in cui la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici. E se allora l’On. Fabrizio Cicchitto, esponente di spicco del Pdl, minaccia una crisi di Governo in caso di mancate ferie, la reazione non può non arrivare.

E’ Twitter, come al solito, a testimoniare gli umori dell’opinione pubblica 2.0. In poche ore l’hashtag #Cicchitto impazza. Tra frasi più o meno offensive, considerazioni tra l’ironico e l’amaro e satira di ogni tipo. Espressioni di un “popolo” che sembra aver sempre più una sorta di Bibbia di valori condivisi, che vanno quasi sempre a confliggere con quelli delle elite.

E’ la nuova piazza. Con tutte le caratteristiche delle vecchie piazze, a dir la verità. Twitter spinge alla riduzione, alla frase secca, al commento non argomentato. E allora è vero che, sul social che cinguetta, si tende ad essere caustici, o bianchi o neri. Ma è altrettanto vero che la discussione pubblica si alimenta come raramente succedeva fino a qualche anno fa. Su Twitter, le cose accadono. La discussione, il commento, diventa un evento mediatico anche se non arriva dalla penna dell’editorialista di punta di Repubblica. Se non è democrazia questa…

Se il cane da guardia di Travaglio è il Web…

  1. Travaglio intervista Grillo sul Fatto Quotidiano. Fin qui, niente di male. Tutt’altro. Ma le domande sono accondiscendenti, poco ficcanti, “vespiane”. E allora non c’è scampo. Anche se sei Travaglio – tendenzialmente ammirato nell’ambiente social – partono le critiche. Inizia tutto con un articolo comparso su Il Nichilista, che diventa subito virale.
  2. Poi, ecco Twitter. Un cane da guardia. A volte ingiusto, eccessivamente severo o frivolo. Ma, manco fosse un’entità e non semplicemente un insieme di utenti, sempre presente.
  3. matteo_castelli
    @beppesevergnini hai assolutamente ragione!! Travaglio accusava il TG1 di essere succube del Papa, ma poi che fa lui con Grillo?
    Wed, Jun 13 2012 12:47:26
  4. rolancollovati
    @beppesevergnini una bella intervista in ginocchio, direbbe Travaglio
    Wed, Jun 13 2012 12:39:57
  5. Ddcnews
    #Satira: #Grillo e la (non) intervista di #Travaglio – VIDEO http://goo.gl/fb/xFnfk #parodia #pizzarotti
    Wed, Jun 13 2012 12:35:39
  6. freedom24news
    TRAVAGLIO SI INCHINA A GRILLO: UNDICI DOMANDE PIEGATOSul Fatto quotidiano, due pagine di intervista-leccata… http://fb.me/1s2F77yme

    Wed, Jun 13 2012 12:15:41
  7. convivioblog
    Grillo intervistato da Travaglio ricorda inquietantemente il Berlusconi che ha incassato una montagna di consenso grazie alle chiacchiere
    Wed, Jun 13 2012 12:45:54
  8. enr1Co
    Travaglio : Grillo = Fede : Berlusconi (tanti discorsi, ma solo con questo tipo di riferimenti il medio seguace grillino comprende) #m5s
    Wed, Jun 13 2012 11:41:51
  9. Ad onor del vero, c’è anche chi difende il giornalista del Fatto. Ma sembra abbastanza unanime la condanna ad un giornalista che ha fatto del controllo del potere il suo marchio di fabbrica. Ora, Grillo potere non è, almeno non per il momento. Ma il suo stesso “popolo”, quello del Web, si è mosso per denunciare la poca incisività del pezzo a firma Travaglio. Ciò che dovrebbe essere cane da guardia del potere, a sua volta monitorato e controllato dalla gente. Bello no?