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Oversharing, l’altra faccia dei social media

Ogni fenomeno, sociale o meno, presenta in sè una distorsione, un modo sbagliato di intenderlo, di concepirlo. I social media rappresentano una ventata di novità, una possibilità di democratizzare le opinioni. Tutti possono dire ciò che pensano. L’altra faccia della medaglia si chiama oversharing. L’Urban Dictionary, vera e propria bibbia dello slang metropolitano, lo definisce come “dare più informazioni personali di quante non siano strettamente necessarie”.

Familiare, no? I social network – Facebook in particolare, ma anche Twitter – sono pieni di dettagli privati non richiesti, in nome della cultura della condivisione sempre e comunque. Questa necessità quasi inconscia ha le sue origini mediatiche nel lontano 2009.  Jeff Jarvis – noto editorialista del Guardian – decise di condividere sul suo blog Buzzmachine i dettagli dell’andamento del suo tumore alla prostata, aprendo in qualche modo la strada ad altri casi eclatanti. Come quello, abbastanza recente, del superlatitante Vito Roberto Palazzolo, scoperto dalle forze dell’ordine per un’incosciente condivisione della sua posizione in Thailandia.

Ma quando un oversharing è tale? Cioè, quando la condivisione è inappropriata? Le ragioni sembrano puramente contestuali. L’eccesso, insomma, come spiegato a repubblica.it da Marco Deseriis – giornalista del New York University Department of Media – “è solo in the eyes of  the beholder, cioè è solo una parte del pubblico che può riservarsi il diritto di considerare queste informazioni private eccessive, non interessanti”.

Siamo noi, dunque, a decidere cosa è oversharing e cose non lo è. Nel caso delle celebrità, ad esempio, il condividere notizie personali può essere utile a rafforzare la propria posizione, a fidelizzare un pubblico di fans affamato di questo tipo di news. Alcuni criteri, comunque, li stabilisce il blog oversharers.com, che si occupa quotidianamente di raccogliere casi di informazioni private non desiderate. Quei casi in cui, citando il sottitolo del sito, la gente sente il bisogno di dirci troppo.

Ma perchè la gente è spinta a postare informazioni personali su Internet? Un risposta la dà Jonah Berger, in una ricerca condotta all’Università della Pennsylvania nel 2011.  Secondo l’università americana, la gente condivide dettagli privati spinta dagli stati d’animo del momento. Facebook si presta maggiormente a questo tipo di pratica, visto che il proprio post può essere visto esclusivamente da una cerchia di amici selezionata. Diverso il discorso per Twitter. Che, non a caso, vista la possibilità per chiunque di leggere le proprie condivisioni, è teatro di oversharing specialmente per le celebrities.

Una ricerca condotta da Retrevo dimostra come il 32% delle 1000 persone intervistate abbiano avuto dei rimorsi per aver condiviso esperienze troppo personali. E la forbice aumenta al 54% se si considerano gli Under 25, i maggiori utenti di social network.

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