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Cosa accade in un minuto in Rete?

“Sto un minuto su Internet, controllo Facebook e la posta”. Una frase, normale, innocua. Anche routinaria, considerato il cambiamento delle abitudini che il Web – 1.0 e 2.0 – ha portato nelle nostre vite. Ma vi siete mai chiesti cosa succede in un minuto di “attività” sulla Rete?

A rispondere ci ha pensato l’Università di Stanford, che ha fornito i numeri precisi. Dati che, se contestualizzati adeguatamente, danno l’idea di ciò che è diventato Internet. In 60 secondi, vengono effettuate circa 695.000 ricerche su Google, caricati 600 video su Youtube e 6.600 foto su Flickr. Ma non solo. Vengono pubblicati 695.000 aggiornamenti di stato, circa 80.000 messaggi in bacheca e 510.040 commenti su Facebook e 98.000 tweets su Twitter. Più di 370.000 minuti di chiamate vocali vengono effettuate dagli utenti Skype, 20.000 nuovi post pubblicati su Tumblr.

Numeri che rendono l’idea di quello che è sempre più un “villaggio globale”, per dirla con il mai troppo ripreso Marshall McLuhan. Una rete costantemente interconnessa, senza buchi, senza tempi morti. Comunicazioni interpersonali,  rivolte ad un pubblico o interlocutore ben precise o lanciate in “mare”, come la vecchia e poetica bottiglia. Come si gestisce un flusso di informazioni così grande?

Dagli spoilers ai check in, ecco cosa evitare sui social network

I social media sono il regno della democrazia apparente, della libertà percepita. (Non) luoghi in cui è possibile dire quasi tutto quello che si pensa, a volte senza nemmeno prestare particolare attenzione. Certo, c’è  anche chi li usa come strumenti per condividere notizie, pubblicizzare un prodotto o un’azienda o scopi altrettanto nobili.

Tuttavia, ci sono alcune parole che non andrebbero mai pronunciate sui social. Censura? No, piuttosto netiquette. Eccole, suggerite da Madeline Carey in un articolo pubblicato sull’Huffington Post.

Condoglianze sul cambio di status da “Sposato” a “Single”

Ricevere messaggi dispiaciuti da parenti o amici, in momenti simili, può anche fare piacere. Ma che un quasi sconosciuto intervenga può, legittimamente, dare fastidio.Anche perchè le condizioni psicologiche del povero neo-divorziato potrebbero risentirne. Se uno sconosciuto cerca di consolarti vuol dire che sei proprio disperato.

Spoilers

Su Facebook e Twitter, anche per la diffusione che questi media hanno, non si rivelano i finali dei film. MAI. A meno che non si voglia incorrere in insulti, rimozioni collettive dagli amici, fucilazioni virtuali. Se avete visto un bel film al cinema, dite semplicemente che vi è piaciuto.

Cibo

A nessuno, davvero, interessa sapere cosa avete mangiato a pranzo o a cena. Farete una dieta sicuramente varia ed equilibrata, ma tenetela per voi. E’ oversharing puro.

Check in

E’ una tendenza relativamente nuova. Vi state divertendo con gli amici? Non c’è bisogno di comunicare dove siete, nè di taggare chi è con voi. Nessuno ha bisogno di sapere il luogo in cui siete.

Postare da ubriachi

Sicuramente divertente finchè si è a scuola o all’università, ma appena si inizia ad avere un qualsiasi tipo di reputazione scrivere cose insensate dopo una pazza serata con gli amici va assolutamente evitato. Peraltro, nessuno ha voglia di perdere tempo a decifrare pensieri senza senso, che non hanno e non avranno mai un filo logico, se non negli anfratti più nascosti della vostra coscinza.

Crisi giornali, il “cimitero” è un blog Usa

La crisi dei quotidiani è una realtà. Sia in Europa che in America, dove le aziende editoriali – anche quelle di grande tradizione – fanno registrare conti in rosso da alcuni anni. E’ da questa situazione che è nato, nel 2007, il blog “Newspaper Death Watch”, una sorta di vedetta che monitora la morte dei quotidiani americani e non solo. Le testate che hanno chiuso i battenti sono sistemate nella categoria ‘Rip’, riposa in pace, mentre i progetti online, le novità, sono raggruppati sotto la dicitura ‘Wip’, work in progress. L’idea, insomma, è che Internet possa rappresentare la spinta propulsiva per il nuovo giornalismo.

Il fondatore del blog è Paul Gillin, esperto di tecnologia da più di 25 anni, che si vide rifiutato sia dal Boston Globe che dal Wall Street Journal. Troppo “futurista”, secondo i direttori dei due quotidiani. Da qui, nasce l’idea del blog, che parte dalla netta convinzione che l’informazione online è destinata ad “uccidere” i giornali di carta. ‘E’ dal 1999 – scrive Gillin sul sito – che lavoro prevalentemente online. Questa esperienza mi ha aperto gli occhi sui cambiamenti epocali che stanno avvenendo nei media, cambiamenti che porteranno alla scomparsa del 95% dei principali giornali americani”.

Ed effettivamente, la lista dei giornali che hanno chiuso i battenti è significativa. La sezione ‘Rip’ e’ aperta dal Tucson Citizen testata fondata nel 1870 che ha chiuso nel 2009; stesso anno di cessazione dopo 150 anni di attivita’ per il Rocky Mountain News; mentre e’ diventata una free-press dal 2008 l’Halifax Daily News, che ha iniziato la sua attivita’ nel 1974. Tra gli ultimi a chiudere, nel 2011, l’Oakland Tribune dopo 237 anni di presenza nelle edicole.

Quello di Gillin sembra un allarme fondato ma, probabilmente, ancora troppo precoce, nonostante i numeri. Anche in Italia sono morti dei quotidiani – Il Riformista l’ultimo – ma i giornali di carta, pur in crisi, non paiono destinati alla totale scomparsa. Ciò che “Newspaper Death Watch” può insegnare è che c’è la necessità, da parte di tutti, di adeguarsi ai tempi, di comprendere le evoluzioni e di mettersi in gioco. Il quotidiano deve cambiare la sua funzione come, in parte sta già facendo. Solo così si può evitare di finire nella colonnina ‘Rip’.

L’allarme di Brin: la libertà in rete è in pericolo

La libertà di Internet è in pericolo. E non è un annuncio di Anonymous. A dirlo è Sergey Brin, co-fondatore di Google insieme a Larry Page, in una lunga intervista concessa al Guardian – qui uno stralcio -. Secondo Brin, i principi di libertà e democrazia non sono mai stati a rischio come in questo momento storico. Ad incidere, sarebbe la commistione di una serie di fattori. “In tutto il mondo – ha spiegato Brin – esistono forze molto potenti che si sono allineate su più fronti contro la Rete libera. Sono più preoccupato ora che in passato. È spaventoso”. Ma quali sono queste oscure forze?

In primo luogo, ci sono i governi che, in un periodo di forte rivalsa sociale sul web, puntano chiaramente alla repressione. E’ l’esempio della Cina, dell’Iran e di altre nazioni che reprimono fortemente l’accesso alla Rete. Ma è il caso anche di alcune leggi proposte negli Stati Uniti – il ben noto SOPA – e delle ingerenze delle lobbies dell’industria dell’intrattenimento per limitare la libera circolazione sul Web.

A sorpresa, però, anche i social network possono rappresentare una limitazione della libertà. Secondo Brin, un servizio chiuso come Facebook può rappresentare una minaccia: “Devi giocare secondo le loro regole, che sono estremamente restrittive”. Il social di Zuckerberg è un mondo chiuso, così come quello Apple. Questi servizi chiudono gli utenti all’interno di una sorta di recinto, con il controllo totale sulle attività condivise.

Google, in questo contesto, avrebbe avuto delle difficoltà a nascere: “Con tutte queste regole, l’innovazione rischia di essere limitata”, ha concluso Brin. Ma siamo davvero così rinchiusi, così inquadrati? La libertà di espressione che ci sembra di avere è solo una sensazione?