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Cosa accade in un minuto in Rete?

“Sto un minuto su Internet, controllo Facebook e la posta”. Una frase, normale, innocua. Anche routinaria, considerato il cambiamento delle abitudini che il Web – 1.0 e 2.0 – ha portato nelle nostre vite. Ma vi siete mai chiesti cosa succede in un minuto di “attività” sulla Rete?

A rispondere ci ha pensato l’Università di Stanford, che ha fornito i numeri precisi. Dati che, se contestualizzati adeguatamente, danno l’idea di ciò che è diventato Internet. In 60 secondi, vengono effettuate circa 695.000 ricerche su Google, caricati 600 video su Youtube e 6.600 foto su Flickr. Ma non solo. Vengono pubblicati 695.000 aggiornamenti di stato, circa 80.000 messaggi in bacheca e 510.040 commenti su Facebook e 98.000 tweets su Twitter. Più di 370.000 minuti di chiamate vocali vengono effettuate dagli utenti Skype, 20.000 nuovi post pubblicati su Tumblr.

Numeri che rendono l’idea di quello che è sempre più un “villaggio globale”, per dirla con il mai troppo ripreso Marshall McLuhan. Una rete costantemente interconnessa, senza buchi, senza tempi morti. Comunicazioni interpersonali,  rivolte ad un pubblico o interlocutore ben precise o lanciate in “mare”, come la vecchia e poetica bottiglia. Come si gestisce un flusso di informazioni così grande?

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Pubblicità su Youtube, puoi farne a meno?

Sei un brand con qualche difficoltà a disegnare il tuo futuro? Partecipa al meeting di YouTube!

Con una mini serie web interattiva, The Meeting, di cinque episodi, YouTube farà scoprire a brand, centri media e agenzie creative, come ottimizzare il piano media. Una campagna pubblicitaria, “Design the future of your Brand”, per far pensare out of the box. La televisione, nonostante sia destinataria prediletta degli investimenti pubblicitari, non basta più.

Due dati: la Rai, ogni giorno, trasmette quarantacinque minuti di pubblicità, per rete. Mediaset poco più di quattro ore, per rete (Fonte Auditel – media giornaliera autunno 2011). Troppa, troppo invasiva, troppo disturbante. Al punto che è sempre meno efficace. C’è qualcuno in America, un 62% di statunitensi, che guarda meno televisione, o non la guarda affatto, pur di fuggire dall’invadenza pubblicitaria.

La strategia dello spot di trenta secondi, sparato come un cannone, in maniera abbastanza indiscriminata, sul maggior numero di persone, ha perso colpi. Persino Furio, marketing manager di The Meeting lo sa. Ma non sveliamo nulla di più a chi non è ancora tra 27090 utenti che hanno già visionato il primo episodio.

Va detto che, se l’intento del progetto, lanciato da Google lo scorso anno, è quello di palesare, a chi ancora non lo sapesse, i benefici di una comunicazione integrata, gli argomenti ci sono tutti: sinergia, dialogo con l’utente, coinvolgimento, condivisione.

Che la si chiami sinergica, olistica, o anche orchestrata, la comunicazione dell’epoca post spot non è più quella di un solo medium dominante, ma quella di tanti mezzi che, in un paradigma di integrazione, contribuiscono al successo della campagna, incrementando la sua efficacia.

Non solo. La richiesta di partecipazione dell’utente, come ospite d’eccezione, e poi l’invito all’azione aumentano sensibilmente il riconoscimento e la brand awarness. Chiedere di digitare il nome del suo brand, di gonfiare un palloncino, così come, per ogni puntata, di scegliere tra due alternative, fanno dell’interazione un potente strumento di incontro tra l’utente e la marca.

In ultimo, tanto la possibilità di condivisione del video, quanto l’attesa tra un episodio e l’altro, giocano fortemente a favore del ricordo della campagna.

Provare per credere!

Giulia Vento

Come si sceglie un social network? [Infografica]

Siamo sommersi dalle reti sociali. Ne nascono sempre di più, giorno dopo giorno. Tutte contraddistinte da qualcosa in particolare. Chi punta sulle immagini, chi sulle news, chi sulla pubblicità. Ma come orientarsi? Ci aiuta un’ottima infografica pubblicata da Mashable.

Partiamo da Facebook, il social network più “popolato”, con più di 850 milioni di utenti. Il social di Zuckerberg è l’ideale per interagire con i contatti ad un livello maggiormente personale e, inoltre, contiene in esso informazioni su qualunque tipo di brand. E’ usato, soprattutto, da ragazzi e ragazze sui 21-24 anni, per condividere informazioni personali, video e foto.E’ percepito, almeno dall’esterno, come un qualcosa che riguarda una sfera maggiormente ludica, di passatempo.

Twitter, invece, pur essendo in continua ascesa, è meno frequentato, con cira 200 milioni di utenti attivi. Si usa per aggiornamenti puntuali e brevi – specialmente per quello che riguarda le breaking news -, per controllare il proprio brand o per cercare potenziali clienti. E’ utilizzato, statisticamnte, più dalle donne – 54% -. L’obiettivo è di condividere informazioni che possano essere rilevanti per il proprio pubblico. E non solo, si possono seguire gli argomenti più interessanti ed interagire con i propri followers.

Passiamo a Linkedin. Il social del “lavoro” ha circa 150 milioni di utenti, che lo utilizzano per mostrare le proprie competenze e mettersi in contatto con potenziali datori di lavoro o colleghi. A differenza degli altri, è utilizzato maggiormente da persone sui 35-44 anni, a testimonianza della sua funzione probabilmente più “matura”.

L’ultimo social analizzato da Mashable è Google +, con i suoi circa 100 milioni di utenti. La nuova creatura di Big G è utile per iniziare conversazioni e coinvolgere al loro interno persone potenzialmente interessate. La sua arma segreta sono le cerchie, attraverso le quali è possibile suddividere i propri contatti in base alle tipologie di interazione che abbiamo con essi. Molto simile alla vita reale, insomma. E’ utilizzato soprattutto da esperti del Web 2.0, ingegneri, pubblicitari, responsabili marketing. Non è ancora esattamente di massa, ma può essere utile per condividere, ad esempio, posts sul proprio blog.

L’allarme di Brin: la libertà in rete è in pericolo

La libertà di Internet è in pericolo. E non è un annuncio di Anonymous. A dirlo è Sergey Brin, co-fondatore di Google insieme a Larry Page, in una lunga intervista concessa al Guardian – qui uno stralcio -. Secondo Brin, i principi di libertà e democrazia non sono mai stati a rischio come in questo momento storico. Ad incidere, sarebbe la commistione di una serie di fattori. “In tutto il mondo – ha spiegato Brin – esistono forze molto potenti che si sono allineate su più fronti contro la Rete libera. Sono più preoccupato ora che in passato. È spaventoso”. Ma quali sono queste oscure forze?

In primo luogo, ci sono i governi che, in un periodo di forte rivalsa sociale sul web, puntano chiaramente alla repressione. E’ l’esempio della Cina, dell’Iran e di altre nazioni che reprimono fortemente l’accesso alla Rete. Ma è il caso anche di alcune leggi proposte negli Stati Uniti – il ben noto SOPA – e delle ingerenze delle lobbies dell’industria dell’intrattenimento per limitare la libera circolazione sul Web.

A sorpresa, però, anche i social network possono rappresentare una limitazione della libertà. Secondo Brin, un servizio chiuso come Facebook può rappresentare una minaccia: “Devi giocare secondo le loro regole, che sono estremamente restrittive”. Il social di Zuckerberg è un mondo chiuso, così come quello Apple. Questi servizi chiudono gli utenti all’interno di una sorta di recinto, con il controllo totale sulle attività condivise.

Google, in questo contesto, avrebbe avuto delle difficoltà a nascere: “Con tutte queste regole, l’innovazione rischia di essere limitata”, ha concluso Brin. Ma siamo davvero così rinchiusi, così inquadrati? La libertà di espressione che ci sembra di avere è solo una sensazione?