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Torna Megavideo, parola di Kim Dotcom

“Il SOPA è morto. Il PIPA è morto. L‘ACTA è morto. MEGA tornerà. Più grande. Migliore. Più veloce. Libero di caricare e protetto dagli attacchi. Evoluzione!”. Parole e musica di Kim Schmitz – Kim Dotcom per tutti – noto per essere il fondatore di Megaupload e Megavideo, tra le più grandi piattaforme di sharing video e file su Internet. Chiusa a gennaio dall’Fbi, la piattaforma Mega potrebbe tornare più forte di prima. E’  Twitter il mezzo scelto da Schmitz per la comunicazione che, in un paio di giorni, ha fatto il giro del social, ricevendo circa 10.000 retweets. Ma torniamo un po’ indietro.

Dotcom è, al momento, libero su cauzione, dopo l’arresto di gennaio con l’accusa di violazione reiterata del copyright. Su di lui, tuttavia, pende una taglia da 175 milioni di dollari, la cifra che gli Stati Uniti vorrebbero fargli pagare per il reato commesso. Il fondatore di Megavideo si è sempre dichiarato innocente, sostenendo che la responsabilità dei file non andasse attribuita a lui, semplice gestore del sito ospitante, ma agli utenti che condividevano i file.

Da tre settimane, Kim Schmitz è su Twitter. Poco, direte voi. Il tempo necessario per racimolare circa 60.000 followers ed ergersi a paladino della lotta contro la censura del Web. E per alzare un polverone con la dichiarazione di cui sopra, sul ritorno della sua creatura. Presupposto, gli ostacoli che le varie leggi che hanno tentato di regolarizzare il settore stanno incontrando.

Dotcom sembra determinato. Intanto, ha annunciato il lancio di Megabox, un servizio potenzialmente rivoluzionario. Ma, stavolta, perfettamente legale. In sostanza, un contenitore musicale per gli artisti e le band, che potranno mettere in vendita i loro brani e i loro album senza passare attraverso le etichette discografiche. Ottenendo, così, prezzi di distribuzione più bassi e potendo trattenere il 90% del ricavato, contro il 10% che Dotcom terrebbe per sé.

“Twitter, basta, ti querelo!”

Questa mancava. E, sinceramente, era anche difficile da immaginare. Paola Ferrari, noto volto di RaiSport, vuole querelare Twitter. Attenzione, non Tizio, che in un giorno x ha twittato qualcosa di offensivo. No. Twitter. L’intera struttura, l’organizzazione, l’azienda, pure l’uccellino del logo. Ma partiamo dall’inizio. Anzi, da lontano.

Paola Ferrari è giornalista alla Rai dal 1988. Inizia con qualche collaborazione per poi passare, nel 1995, a co-condurre Dribbling, in coppia con Gianni Cerqueti. Di qui, una serie di stagioni della Domenica Sportiva e 90° minuto, compresi speciali per Mondiali ed Europei.

Come quest’estate, quando la Ferrari è al timone di Stadio Europa, approfondimento Rai dedicato alla kermesse continentale appena conclusa. Un programma che suscita critiche in lungo e in largo per una serie di motivi, dalla scarsa cura, alla qualità degli ospiti, fino alla conduzione della stessa Ferrari.

Le critiche 2.0, si sa, passano per Twitter. Sul social che cinguetta i commenti sono fondamentalmente negativi, spesso ironici, alcuni di cattivo gusto, altri ficcanti e intelligenti. Niente di nuovo, sia chiaro. Nemmeno così tanti, a dire la verità. Ma la Ferrari non ci sta. “Non è giusto usare la rete e i social network per insultare le persone – ha spiegato la giornalista a Klaus Davi – , senza la possibilità di un contraddittorio, e questo accade soprattutto con Twitter”.

“Se il web e i blog vogliono giocare un ruolo serio nell’informazione – ha continuato -, allora devono comunque attenersi alle regole deontologiche di base e alle norme civili che valgono fuori dalla rete. Nessuno si riunisce pubblicamente per diffamare o insultare qualcun altro o, se lo fa, per lo meno è passibile di denuncia. Ecco, credo allora che la cosa valga anche per Twitter”.

Le parole vanno lette attentamente, perchè tutte sono importanti. La Ferrari lamenta l’impossibilità di rispondere alle critiche, invoca il rispetto di regole deontologiche – ma quale deontologia? -. Volevate un motivo per cui tutti si sono lamentati della copertura giornalistica della Rai sugli Europei? Eccolo. Un giornalismo assiepato sulla sua rocca, nascosto nell’intoccabilità del proprio nome, incapace di rispondere in maniera concreta a critiche – a volte magari anche di poco gusto – sempre e comunque legittime. Lontano dalla sensibilità comune, dalla gente, dalle evoluzioni, prima che tecnologiche, di natura sociale.

La minaccia di querela a Twitter è la gerentocrazia italiana che chiede giustizia. Che invoca l’intoccabilità definitiva, senza pensare ai motivi che hanno portato alle critiche. Abbagliata dalla luce che l’ha illuminata lungo tutto il percorso di Stadio Europa, la Ferrari, ormai, rappresenta solo se stessa.

E adesso, Paola, querela anche WordPress.

Cosa accade in un minuto in Rete?

“Sto un minuto su Internet, controllo Facebook e la posta”. Una frase, normale, innocua. Anche routinaria, considerato il cambiamento delle abitudini che il Web – 1.0 e 2.0 – ha portato nelle nostre vite. Ma vi siete mai chiesti cosa succede in un minuto di “attività” sulla Rete?

A rispondere ci ha pensato l’Università di Stanford, che ha fornito i numeri precisi. Dati che, se contestualizzati adeguatamente, danno l’idea di ciò che è diventato Internet. In 60 secondi, vengono effettuate circa 695.000 ricerche su Google, caricati 600 video su Youtube e 6.600 foto su Flickr. Ma non solo. Vengono pubblicati 695.000 aggiornamenti di stato, circa 80.000 messaggi in bacheca e 510.040 commenti su Facebook e 98.000 tweets su Twitter. Più di 370.000 minuti di chiamate vocali vengono effettuate dagli utenti Skype, 20.000 nuovi post pubblicati su Tumblr.

Numeri che rendono l’idea di quello che è sempre più un “villaggio globale”, per dirla con il mai troppo ripreso Marshall McLuhan. Una rete costantemente interconnessa, senza buchi, senza tempi morti. Comunicazioni interpersonali,  rivolte ad un pubblico o interlocutore ben precise o lanciate in “mare”, come la vecchia e poetica bottiglia. Come si gestisce un flusso di informazioni così grande?

Gaffe di Cicchitto sulle ferie, si scatena Twitter

Nell’era dell’iper-democrazia 2.0, nulla passa inosservato. Figuriamoci le uscite a vuoto dei politici, in un periodo in cui la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici. E se allora l’On. Fabrizio Cicchitto, esponente di spicco del Pdl, minaccia una crisi di Governo in caso di mancate ferie, la reazione non può non arrivare.

E’ Twitter, come al solito, a testimoniare gli umori dell’opinione pubblica 2.0. In poche ore l’hashtag #Cicchitto impazza. Tra frasi più o meno offensive, considerazioni tra l’ironico e l’amaro e satira di ogni tipo. Espressioni di un “popolo” che sembra aver sempre più una sorta di Bibbia di valori condivisi, che vanno quasi sempre a confliggere con quelli delle elite.

E’ la nuova piazza. Con tutte le caratteristiche delle vecchie piazze, a dir la verità. Twitter spinge alla riduzione, alla frase secca, al commento non argomentato. E allora è vero che, sul social che cinguetta, si tende ad essere caustici, o bianchi o neri. Ma è altrettanto vero che la discussione pubblica si alimenta come raramente succedeva fino a qualche anno fa. Su Twitter, le cose accadono. La discussione, il commento, diventa un evento mediatico anche se non arriva dalla penna dell’editorialista di punta di Repubblica. Se non è democrazia questa…

Ecco Goalterest, il calcio 2.0

Il periodo, senza dubbio, è propizio. Mezzo mondo sta seguendo gli Europei e il calcio è uno degli argomenti di discussione più gettonati. Ecco perchè la nascita di Goalterest, vero e proprio social network “nel pallone”, fa ancora più notizia.

Di che cosa si tratti è facilmente intuibile dal nome: Goalterest sarà il Pinterest del calcio. Un social per immagini, dunque. Vi si potranno condividere foto di partite, giocatori, tifosi e chi più ne ha più ne metta. Il tutto coadiuvato da un sistema di ricerca interna al sito che indicizza le immagini per nome.

‘L’idea, peraltro, è italiana. Anche se realizzato a Londra, dietro al progetto c’è Marco Camisani Calzolari, Professore di Comunicazione Aziendale e Linguaggi Digitali all’Università IULM di Milano. “Goalterest – ha spiegato Calzolari a La Stampa – vuole essere il Pinterest del pallone. L’intenzione però è quella di copiare bene, abbiamo infatti migliorato molti aspetti del software e interpretartola direzione del mercato”. Il progetto segue l’evoluzione del Web 2.0. Non più social orizzontali, ma verticali, divisi, insomma, per tematiche. Da ieri, la pagina è attiva al 100%, con iscrizione aperta a chiunque. Gratis e senza pubblicità.

Goalterest copre una tendenza sempre crescente nel mercato del Web. Possiamo chiamarla social sport, ovvero la condivisione sempre più frequente di aggiornamenti riguardanti gli sport più popolari ed importanti. Una tendenza che può arrivare ad intrecciarsi anche con il citizen journalism. Chiunque andrà allo stadio potrà postare le proprie fotografie, che verranno indicizzate e rese disponibili a chiunque, giornalisti inclusi. Una nuova frontiera?

Se Anonymous oscura Beppe Grillo…

La notizia è semplice, ne abbiamo sentite tante simili negli ultimi mesi. Anonymous, il più noto gruppo di hacker, ha oscurato il blog di Beppe Grillo. Ma come? Beppe Grillo? E cosa c’entra? Il gruppo di cyberattivisti del Web si è reso famoso con gli attacchi al Vaticano, al sito della Fbi e a quello del Governo americano. Perchè attaccare un uomo che, nonostante tutte le sue contraddizioni, ha contribuito a fondare un movimento che fa dell’attivismo concreto il suo punto di forza?

Partiamo dall’inizio. Comincia tutto ieri sera, il blog di Beppe Grillo non si apre, non funziona. E’ lo stesso comico a lanciare l’allarme su Twitter, smentendo la responsabilità del più famoso gruppo di hacker al mondo. “L’attacco al sito NON é opera di  Anonymous. Chiedo aiuto alla Rete per identificare il gruppo che ha bloccato il sito”. Sembra preso alla provvista. Colpito da un attacco che, sicuramente, non si aspettava di ricevere.

Contemporaneamente, Anonymous rilascia una sua versione dei fatti: “Salve Beppe Grillo – si legge nel messaggio – Anonymous oggi ha deciso di regalarti un po’ della sua attenzione. Il semplice fatto che l’accesso alle tue liste sia proibito agli stranieri, che tu sia un populista che cerca di raccogliere consensi senza arte ne’ parte e che per piu’ volte ha magistralmente eseguito il saluto romano al tuo seguito e ai media, sostenendo la politica di repressione fascista, basterebbe per giustificare il perche’ di tanto accanimento”.

Motivazioni abbastanza pretestuali, a dir la verità. Che spingono Anonymous a sottolineare come l’attacco sia stato opera solo di una parte del gruppo. “E’ un’azione che puo’ essere rivendicata da Anonymous e come tutte le azioni di Anonymous e’ sostenuta da alcuni ma non da tutti”. Fa sorridere che un cybergruppo che combatte per il Web libero attacchi uno dei più arditi sostenitori italiani di questa visione del mondo. L’alfiere della nuova democrazia digitale, dei referendum 2.0. Colpito per quella vena di populismo che tanto fa gridare allo scandalo anche i media tradizionali.

C’è una frase a cui viene da pensare analizzando questo evento. La pronuncia Edoardo De Crescenzo in “Così parlò Bellavista”. E’ la scena in cui Cazzaniga, milanese a Napoli, si lamenta della rigidità della moglie tedesca. “Si è sempre i meridionali di qualcuno…” sospira De Crescenzo/Bellavista. C’è sempre qualcuno più “contro” o più “anticonformista” di te. Anche se ti chiami Beppe Grillo.

Telese lascia il Fatto, nasce Pubblico

C’è la crisi. Ce lo sentiamo ripetere da mesi. E, ancor di più, c’è la crisi dei giornali. Chi studia giornalismo lo sa, deve sentirselo ripetere ogni giorno, senza soluzioni di continuità. E’ per questo che risulta ancora più interessante l’operazione di Luca Telese, che lascia il Fatto Quotidiano per fondare un nuovo prodotto editoriale, Pubblico.

Lo aveva anticipato ieri il Messaggero. Telese non ha confermato, nè smentito. Limitandosi- si fa per dire – a costruire su Twitter una sorta di trailer sociale, che ha catturato l’attesa di chiunque fosse interessato alla questione. Il conduttore di In Onda ha rimandato tutto, dimostrando una buona capacità di gestire il medium. Ha attirato l’attenzione. Tanto che, oggi, su Twitter se n’è parlato tanto, con Telese che è intervenuto spesso e volentieri per interagire con gli altri utenti.

 

Il progetto è, senza dubbio, di queli interessanti. Proporre, non solo distruggere. E’ questo il motivo che ha spinto il giornalista di Cagliari a lasciare il Fatto. Dopo il tramonto del berlusconismo, ci si sarebbe aspettati un cambio di passo, che non è arrivato. Da lì, le prime scaramucce con Marco Travaglio, poi degenerate nella rottura. E allora ecco Pubblico, “un piccolo centro studi del cambiamento e della costruzione delle idee”, nelle parole del suo fondatore. Costerà 1,50 euro e sarà composto da una redazione giovane, età media 35 anni. A settembre il debutto. Non ci resta che attendere.